Piazza Matteotti 11/13
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DICHIARAZIONE SOSTITUTIVA

 

Contributi economici anno 2018

Dire fare gustare....L'olio

Gita primaverile 2019

 MODENA

Una città unica, raccontata attraverso l'arte, la gastronomia ed i suoi personaggi.

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MUSEO PAVAROTTI

Con l’intento di mantenere vivo il ricordo professionale ed umano dell’indimenticabile Maestro, la Fondazione Luciano Pavarotti ha deciso di realizzare una sorta di monumento permanente alla sua memoria trasformando la residenza modenese (luogo in cui egli ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e ove è mancato) in un museo.

La residenza del Maestro Pavarotti è stata terminata nel 2005; è collocata nell’area che egli aveva acquistato a metà anni Ottanta, nelle campagne alle porte di Modena.

In questa stessa area Pavarotti aveva coltivato la sua grande passione per i cavalli, costruendo scuderie ed aprendo una scuola di equitazione. Dal 1991, per ben 11 anni, il Maestro ha ospitato nella tenuta una prestigiosa competizione di salto ostacoli (CSIO), cui hanno partecipato i più famosi show-jumper del circuito equestre internazionale.

La villa (ove egli ha vissuto gli ultimi anni della sua vita) è stata progettata seguendo scrupolosamente le indicazioni e i disegni che il Maestro forniva agli architetti e ai tecnici che ne hanno seguito la costruzione. Molti manufatti sono stati realizzati da fabbri, falegnami, intagliatori, decoratori provenienti da tutta Italia, che hanno creato prodotti unici.

Ancora oggi la casa riflette in ogni dettaglio la personalità di colui che l’ha concepita. La casa conserva oggetti personali che il Maestro amava e contiene i ricordi dei suoi giorni trascorsi in compagnia di familiari, amici e giovani studenti.

La visita consente di scoprire il tenore alla luce più intima e calda delle sue stanze, di avvicinarsi garbatamente alla sua memoria ammirando i suoi oggetti personali, conoscendo le sue abitudini quotidiane, scoprendo l’uomo di casa smessi i panni del grande artista.

Si possono soprattutto ammirare gli abiti di scena a lui tanto cari, le fotografie e i video che hanno scandito la sua grande carriera artistica, gli innumerevoli premi e i riconoscimenti di una carriera di oltre quarant’anni nei teatri d’opera di tutto il mondo, gli oggetti personali e i cimeli.

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MUSEO ACETAIA GIUSTI

L'esposizione racconta attraverso 10 sale tematiche la lunga e affascinante storia dell’aceto balsamico, profondamente legata alla città di Modena e alla famiglia Giusti. 

Un viaggio nel tempo e nello spazio, nell’inestimabile patrimonio di oggetti e documenti conservati per generazioni: dagli antichi orci usati per la conservazione, agli strumenti utilizzati nei secoli dagli acetieri, fino alle prime bottiglie e dépliant pubblicitari di inizio Novecento. Tra i cimeli più preziosi ci sono le botti secolari come la botte “A3” con cui Giuseppe Giusti si presentò a Firenze nel 1861 in occasione dell’Esposizione Italiana indetta dai Savoia, ottenendo una medaglia d’oro per un balsamico di 90 anni. La famiglia Giusti ha sempre partecipato alle Expo di fine Ottocento portando l’aceto anche direttamente in botte e nel 1929 ottenne dal re Vittorio Emanuele III lo stemma di Fornitori della Real Casa Savoia.

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IL DUOMO E LA GHIRLANDINA


800px-Patrimonio dellumanitàAbsidi e Ghirlandina

La cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta in Cielo e San Geminiano è il principale luogo di culto della città di Modenachiesa madre dell'arcidiocesi di Modena-Nonantola.

Capolavoro dello stile romanico, la cattedrale è stata edificata dall'architetto Lanfranco nel sito del sepolcro di san Geminiano, patrono di Modena, dove in precedenza, a partire dal V secolo, erano state già erette due chiese. Nella cripta del duomo si trovano le reliquie del santo, conservate in una semplice urna del IV secolo ricoperta da una lastra di pietra e sorretta da colonne di spoglio. Il sarcofago, custodito entro una teca di cristallo, viene aperto ogni anno in occasione della festa del santo stesso (31 gennaio) e le spoglie del santo, rivestite degli abiti vescovili con accanto il pastorale, vengono esposte alla devozione dei fedeli.

A fianco della cattedrale sorge la torre campanaria detta la Ghirlandina.

Nell'aprile del 1934 papa Pio XI l'ha elevata alla dignità di basilica minore.[1]

Il Duomo di Modena, con la Torre Civica e la Piazza Grande della città, è stato inserito dal 1997 nella lista dei siti italiani patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

Storia

L'antica Mutina era una fiorente colonia romana sulla via Emilia, che nell'alto medioevo era andata quasi completamente distrutta a causa di invasioni, terremoti e di alluvioni, tanto che gli abitanti erano stati costretti ad abbandonare la città per trasferirsi in una località longobarda dotata di mura, che prese il nome di "Cittanova", oggi frazione del comune di Modena.

Il vescovo tuttavia continuò a risiedere presso la chiesa principale di Mutina, dove erano conservate le spoglie del santo patrono; col tempo attorno alla chiesa (che sorgeva all'esterno delle mura romane) si venne a formare un nucleo abitativo, che diventò, ed è ancora oggi, il centro di Modena, seguendo un andamento a raggiera lungo le vie d'acqua che attraversavano la città.[2]

Nella metà dell'XI secolo la prima chiesa venne sostituita da una più grande, la quale tuttavia, per le scarse capacità dei costruttori, minacciava di crollare già verso la fine del secolo, quando il popolo decise di costruirne una nuova. In quel periodo, caratterizzato dalla lotta fra papato e impero per l'investitura dei vescovi, la città, pur facendo parte dei domini di Matilde di Canossa, era stata governata saldamente dal potente vescovo Eriberto, che però fu scomunicato nel 1081 da Gregorio VII per le sue simpatie per l'antipapa Clemente III e per l'imperatore. La sede vescovile restò allora vacante per diversi anni a causa dell'impossibilità per il papa di trovare un candidato gradito al popolo e al partito imperiale.

Il popolo, che avvertiva la necessità di mettere mano a una nuova chiesa, approfittando anche dell'assenza del vescovo, decise di costruire una nuova grande cattedrale, cosicché quando il nuovo vescovo Dodone, nominato pur con qualche difficoltà nel 1100 da papa Urbano II, riuscì a farsi accettare da tutti e giunse a Modena, trovò il cantiere del nuovo Duomo già aperto.

La decisione presa dal popolo, in piena indipendenza rispetto ai poteri imperiali ed ecclesiastici, è indicativa dell'aspirazione all'autogoverno e alla libertà dei modenesi. Il Duomo rappresenta dunque il simbolo della rivendicazione di autonomia e libertà di una comunità devota ma insofferente allo strapotere sia imperiale che ecclesiastico, che sfociò qualche tempo dopo nella costituzione del libero Comune (1135).

 

La Ghirlandina (in dialetto modeneseGhirlandèina) è un campanile del Duomo di Modena.

Alta 86,12 metri[1], ben visibile al viaggiatore che arrivi in città da qualunque punto cardinale, la torre è il vero simbolo di Modena.

La Torre Civica, con il duomo e la Piazza Grande della città, è stata inserita dal 1997 nella lista dei siti italiani patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

Storia

L'originale Torre di San Geminiano, di pianta quadrata, innalzata su cinque piani entro il 1179, fu poi rialzata nei due secoli successivi (anche per motivi di rivalità con le torri bolognesi) con l'introduzione della caratteristica punta ottagonale, secondo un disegno di Arrigo da Campione, uno dei tanti ‘Maestri campionesi' che tra Duecento e Quattrocento aggiornarono lo stile della cattedrale al nuovo gusto gotico. La punta è ornata da due ghirlande, vale a dire due ringhiere di marmo, da cui il nome.

All'interno, la Sala della Secchia (con affreschi del Quattrocento), custodisce una copia della celebre La secchia rapita: testimonianza di quando la torre era sede dei forzieri e dei ‘trofei' del comune modenese.

Alla fine dell'Ottocento alla torre furono fatti diversi lavori. Nel 1890 fu riparata la parte piramidale superiore esterna e nel 1893 dopo aver impiantato una grande armatura tutta intorno fu eseguito il rivestimento in marmo di Verona. I lavori terminarono nel 1897 e dopo il collaudo dell'ingegnere Giacomo Gallina del Regio Genio Civile la Ghirlandina tornò allo stupore dei modenesi e non, più bella che mai.

Assolutamente unico il panorama che si gode dalla lanterna, sulle tegole rosse dei tetti di Modena.

Nella piccola Piazza Torre che si affaccia su via Emilia, è collocato il Monumento ad Alessandro Tassoni, il più celebre dei poeti modenesi, autore del poema eroicomico La secchia rapita, in cui con suprema ironia si narrano le contese medievali tra modenesi e bolognesi. L'arguzia del personaggio è ben rappresentata nella posa della statua, realizzata nel 1860 dallo scultore modenese Alessandro Cavazza.

Le cinque campane, in accordo di Do maggiore, risalgono all'epoca rinascimentale.

EVENTI IN PROGRAMMA 2019

Eventi 2019

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Spazio dedicato agli eventi Pro Loco e/o di altre associazioni al fine di calendarizzare le manifestazioni pubbliche a Carpenedolo per evitare se possibile sovrapposizioni e dare informazioni su quanto succede sul nostro territorio. Sarà uno spazio in continuo evolversi, quindi le associazioni che vorranno comunicarci i propri eventi ci contattino.

Info date

Nuovo CDA

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Il nuovo consiglio direttivo della Pro Loco di Carpenedolo ha eletto all'unanimità quale presidente Angelo Marzocchi, vice presidente Ettore Bosio, segretario Salvatore Casciaro e tesoriere Sergio Pastori. A nome di tutti ringrazio con sincera stima e gratitudine i componenti del passato direttivo per l'incredibile impegno e dedizione. 

 

La Proloco offre a noleggio il proprio impianto elettrico

State progettando la sagra del vostro paese ma non avete fondi da investire per impiantistica certificata? La Proloco di Carpenedolo offre il noleggio di un impianto elettrico a normativa CEE con quadri elettrici di tutti i tipi e cavi calpestabili di qualsiasi lunghezza acquistato grazie a un investimento consistente di risorse che ci ha permesso di creare tutta l'impiantistica per la fiera di San Bartolomeo e la Festa del Torrone che ogni anno raccolgono dalle 10000 alle 20000 persone. Offriamo a Comuni,Proloco e altri la possibilità di noleggio del nostro impianto completamente a norma con Certificazione Europea CEE,perfetto per grandi Sagre o Fiere!

Per informazioni e disponibilità contattate Proloco Carpenedolo

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25013 Carpenedolo, Brescia
Italia

Telefono: TEL  030 969011

Fax: FAX  030 9983434

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Per urgenze contattare il vicepresidente Tononi Andrea al 329 0204568

Storia

CARPENEDOLO
(in dialetto Carpenédol in latino Carpinetuli)

Panorama CarpenedoloGrossa borgata agricola e industriale della pianura orientale bresciana. Si stende ai piedi del monte Rocchetta (lembo rilevato di un antico terrazzo alluvionale) sulla sinistra del fiume Chiese, allungandosi ai lati della statale Brescia – Mantova.
Si trova a 25 km. da Brescia, a 122 m.s.m. Ha una superficie comunale di 30,12 kmq. Gli abitanti (carpenedolesi) erano 5156 nel 1861, 6.324 nel 1871, 5.140 nel 1881, 5.665 nel 1901, 6.168 nel 1911, 6.276 nel 1921, 6.848 nel 1931, 6.798 nel 1936, 7.398 nel 1951, 7.346 nel 1961, 8.376 nel 1971 (di cui famiglie 2.325, maschi 4.167 femmine 4.179. Il nome ricorre come Carpanetulo nel sec. XII, Carpenedulo nel sec XIII, Carpenedolo nel sec. XVI. Il suffisso in edolo è comune a molti toponimi in provincia e indica un collettivo. Deriva sicuramente da Carpinus.
Ricca e la storia della borgata. Un ”paalstab” scoperto nei pressi del paese e segno dell’insediamento umano fin nell’età dell’E neolitico. Altri reperti confermano che il luogo fu abitato dai Cenomani. Celtica è una piccola ara pure rinvenutavi. Suggestiva è poi 1’ipotesi dello studioso inglese Conway, che tra Carpenedolo e Calvisano sia esistito il podere di Virgilio. Sicura è la presenza dei romani come indicano alcune iscrizioni (a Mevia Marcella, a P.Livio, a M.Elio). Tombe barbariche scoperte nel 1903 indicano la continuità di Carpenedolo anche negli oscuri secoli barbarici, mentre oggetti longobardi indicano il fiorire del paese nell’ alto medioevo. Benefica fu la presenza dei benedettini del monastero di Leno che vi avviarono utili bonifiche. Il paese tuttavia si raccolse soprattutto intorno alla pieve cristiana, dedicata a Maria Assunta e dal sec. XIV, a S. Giovanni Battista. Intorno al mille venne eretto il Castello, che da primitiva difesa dalle orde ungare, divenne presto simbolo di lotte fratricide nell’epoca comunale. Dominato dai Poncarali, il castello cadde, dopo strenua resistenza nelle mani di Federico II, il Barbarossa. Nel 1237 infatti fu incendiato dai Reggiani, condotti da un certo Manfredo, capo ghibellino agli ordini del Barbarossa che fece uccidere Ardizzone Losco Poncarale, di parte guelfa, e uccise o disperse la popolazione distruggendone le abitazioni, che sorgevano dove ora è il Borgo dell’Asino. Nel contempo però gli abitanti erano andati organizzandosi in vicinia e poi in comune riuscendo a resistere alle prepotenze dei signorotti locali fra i quali i Mezzani. Nel periodo delle Signorie Carpenedolo passo sotto il dominio di Filippo Gonzaga e dei suoi discendenti duchi di Mantova. Ad essi lo tolse nel 1348 Luchino Visconti. Ai Visconti rimase per qualche tempo, nel quale Bernabò fece costruire l’ampio canale detto ”Fossa Magna”. Nel 1413 Pandolfo Malatesta signore di Rimini, divenuto padrone del Bresciano, distrusse nuovamente Carpenedolo e il suo castello, dopo che gli abitanti si erano rifiutati di riconoscerlo come loro nuovo Signore. A lui fu tolto nel 1420, Carmagnola, allora comandante delle truppe di Giovanni Maria Visconti, dopo una dura battaglia svoltasi a Nord Ovest del paese, lungo la strada di Montichiari. Finalmente nel 1428 il paese passava per merito ancora del Carmagnola entrato al servizio di Venezia, dalla dominazione Viscontea a quella della Serenissima, alla quale rimase fedele fino al 1797, nonostante che fosse spesso costretto a contribuire con armi e danari alle spedizioni militari e a subire saccheggi e incendi da parte di eserciti nemici di passaggio. Il doge Agostino Barbarigo poteva attestare nel 1484 che ”gli homeni di Carpenedolo furono i primi dopo l’annessione della città di Brescia, che vennero sotto la nostra protezione, sempre fedeli stettero e devoti al nostro Stato”. In effetti alto fu il contributo di sangue e sofferenze offerto da Carpenedolo alla Repubblica. Nel 1482 ben 75 carpenedolesi vennero fatti prigionieri e in gran parte uccisi nelle carceri di Mantova, dove erano stati trascinati dal duca di Calabria; nel 1512, 22 carpenedolesi su 70 perirono sotto le mura di Brescia, nell’assedio stretto dall’esercito veneto alla città occupata da Francesi e Spagnoli. Il paese subì un assedio nel 1701-1702 da parte delle truppe imperiali, finito con trattative il 7 maggio 1702. Il paese fu percorso anche da pestilenze (nella sola peste del 1630 si contarono circa mille vittime) e carestie ma ebbe però anni di prosperità specie durante il sec. XVIII avvantaggiati da particolari privilegi. La Repubblica Veneta cadde a Carpenedolo il 29 marzo 1797 quando comparvero in paese le truppe della Repubblica bresciana ma gia’ il 1 aprile i simpatizzanti del vecchio regime veneto bruciarono il tricolore e innalzarono di nuovo la bandiera con il Leone di S. Marco. Fu pero un ritorno di paglia, giacchè pochi giorni dopo, il paese fu occupato dalle truppe francesi del gen. Chevalier. Il 9 luglio 1797 venne poi innalzato l’albero della libertà, mentre il 28 luglio soldati francesi saccheggiarono la chiesa parrocchiale e la sagrestia rubando oro e argento e requisendo il bestiame. I nostalgici del dominio veneto, chiamati ”goghi” tornarono alla ribalta, il 13 aprile 1799, con il sopravvento dell’esercito austro-russo. Bruciato l’albero della libertà, distrussero tutti gli stemmi e le insegne della Repubblica Cisalpina e il 26 ottobre in luogo dell’albero della libertà innalzarono una grande croce di pietra con una iscrizione latina che suonava: ”Per lignum servi facti sumus / per crucem liberati sumuc”. Il ritorno dei francesi il 21 ottobre 1800, segnò nuovi e continui passaggi e accantonamenti di truppe con requisizioni, devastazioni di campi e ruberie. Carpenedolo diede il suo contributo anche alle guerre napoleoniche sia in uomini che in derrate alimentari per l’esercito e, soprattutto, in gravose tasse. Abbastanza pacifico fu per Carpenedolo il dominio austriaco, funestato soltanto da una grave carestia iniziale e dal colera degli anni 1836 e 1855. La parentesi del 1848 iniziatasi con la costituzione della Guardia civica il 22 marzo, non portò particolare trambusto in paese. Carpenedolo visse invece momenti difficili nel 1859 per la vicinanza dei campi di battaglia di S. Martino e Solferino. La borgata, infatti, e specialmente le chiese e i palazzi, vennero trasformati in un grande ospedale militare. Nell’assistenza ai feriti si segnalarono Angelina Zecchi, ed altri pietosi infermieri. In seguito, specie nel 1866, il paese registrò nuovi passaggi di armati e il 23 giugno dello stesso anno, una sosta di Garibaldi. Più tardi, il 10 settembre 1878 e nel 1890 assistette alla vincita di Umberto I. Ma il paese, causa specialmente la ”Fossa Magna” e le condizioni di povertà soffrì anni terribili di scorbuto, pellagra, febbri intermittenti, fino a quando opere di risanamento igienico e lo sviluppo economico e sociale del paese apportarono migliori condizioni di vita. A queste si accompagnarono la creazione nel 1884 di un circolo popolare democratico e di una Società operaia cattolica maschile, e di altre associazioni economico sociali.
La carità e l’assistenza sociale carpenedolese è sempre stata animata da generosi benefattori. Nel 1575 Diodato Laffranchi diede vita al ricovero per infermi poveri e per orfani e che grazie ad altri lasciti (don G.B. Scolari, don Giuseppe Mancabelli, Lorenzo Marini. ecc ) sono diventati un Ospedale con annesso un Orfanotrofio. Con essi si sono affiancati l’opera Pia Baliatico (1895), e 1’Orfanotrofio Girelli (1856). Anche sul piano dell’istruzione Carpenedolo si è distinto da antica data. Fin dal 1500 la Comunità aveva aperto una scuola di grammatica e di aritmetica e fin dal 1859 il Comune apri un corso superiore. Nel 1907 – 1908 venne aperta una VI classe elementare mista mentre venivano costruiti edifici scolastici al centro e nelle frazioni. Nel 1868 don Egidio Cattaneo apriva un suo collegio convitto durato fino al 1872 mentre le Figlie del S. Cuore aprivano un Educandato. L’asilo infantile fondato nel 1874 ebbe pure ampio sviluppo.
Circondato in gran parte da campagna ghiaiosa e arida, Carpenedolo ha saputo svilupparsi economicamente e socialmente con tenacia e intelligenza. Nel 1690 vennero appaltate le Lame e nel 1750 vennero suddivise vaste estensioni di terreno con la concessione di due piò di terra ad ogni originario fondando così le Masserie. Diresse ed incrementò il lavoro di colonizzazione il deputato provinciale G.B. Meli, pittore, agrimensore e idraulico di grande valore che traccio canali, scavò fontanili, avviando una vasta opera di bonifica e di progresso agricolo. Al contempo si moltiplicavano mulini che da due nel sec. XVI divennero cinque nel sec. XIX. Di pari passo si sviluppò la produzione di olio da semi attraverso diverse macine oggi scomparse. Nel 1600 vi esistevano già sette fornaci che davano lavoro a molti operai. Nel 1700 invece si sviluppò la lavorazione della seta. Il primo filatoio venne aperto da Lorenzo Ercoliani nel 1756. Ne seguirono altri aperti nel 1757 da Stefano Callegari, nel 1769 da G.B. Pari, nel 1776 da Bortolo Bellini. Nel 1800 i filatoi, fornelli e filande, mossi dalle acque della Lametta o Fossa Magna, moltiplicarono ancor più attraverso le ditte Molteni, Astori, Azzi, Boselli, Erba, Dell’Oro poi Gatti che assorbì fino a 300 filatrici. Un nuovo ponte sul Chiese costruito nel 1877, la linea tranviaria costruita nel 1911 il continuo miglioramento della rete stradale diedero sempre nuovo impulso anche alla vita economica. Nuovo impulso all’agricoltura venne nel 1900 da parte della Cattedra Ambulante di Agricoltura specie per merito del prof. Moretti. Vennero estese e razionalizzate le culture, introdotta la vite americana, intensificata la bachicoltura. A quella della seta si accompagno l’industria tessile con la ditta Compagnoni. Don Severino Bettinazzi apriva un ”Calzificio cattolico” che diede lavoro a 60 operaie. Il mercato fissato al giovedì e poi trasferito al mercoledì risale ad un provvedimento del Doge Luigi Mocenigo del 28 maggio 1768. Comprendeva anche un mercato del bestiame finito verso il 1885.
Risalgono al 1551 circa la fiera di S. Bartolomeo, al 1787 quella della Madonna del Castello.

liberamente tratto da “Enciclopedia Bresciana” Volume II di Antonio FappaniEdizioni “La voce del popolo” Brescia

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